R4 Fabrizio Bruno - Prima Parte

R4 Sulle Strade del Mondo (Prima parte – Articolo di giornale del 1987).

L’idea di volare con il mio deltaplano in un ambiente diverso da quello alpino, mi seguiva ormai da alcuni anni.

Progettando un viaggio che mi portasse ad incontrare montagne interessanti dal punto di vista alpinistico e del volo, inserite in un ambiente per me sconosciuto, raggiungibile senza lunghi trasferimenti in nave o in aereo, immediatamente pensai all’Africa del Nord e quindi all’Atlante, la catena che separa idealmente l’Oceano dal Deserto.

L’idea che comincia a prendere posto nelle ore in cui studio cartine e libri riguardanti l’Africa Nord Occidentale è quella di raggiungere il Marocco nella stagione autunnale, percorrere la Costa Atlantica sino a Casablanca, deviare verso l’interno, raggiungere l’Alto Atlante, spingersi nel cuore di questa imponente catena che a volte supera i 4000 metri sul livello del mare, fermarsi alcuni giorni a saggiare le condizioni meteorologiche e quindi raggiungere la vetta del Toubkal, il monte più alto di tutto il sistema montuoso marocchino e dell’Africa Settentrionale.

Il volo dalla sommità di questa montagna avrebbe concluso la mia spedizione ed avrebbe certamente saziato il mio desiderio di avventura e di voli nuovi e diversi. L’occasione di concretizzare i miei progetti, mi venne dal concorse della Renault “R4 sulle strade del Mondo”, competizione che vinsi con il progetto dal titolo “Alto Atlante Magia del Volo”.

Paesi e aree geografiche visitati: Italia, Francia, Spagna, Marocco

Incredibile! Avevo la possibilità di organizzare una piccola spedizione per raggiungere il Jebel Toubkal e volare da 4167 metri di quota affrontando le correnti provenienti dall’Oceano Atlantico e dal Sahara.

Una telefonata a Silvio, ottimo alpinista e mio ex allievo di volo, che raccoglie la proposta con entusiasmo e già il giorno stesso in cui mi comunicano di aver vinto il concorso, inizio a contattare gli sponsor ed a preparare con cura i materiali.

La partenza viene fissata per il 28 settembre 1987; abbiamo tutta l’estate per provare le attrezzature, per allenarci, per studiare l’impresa nei minimi particolari e per apportare qualche modifica al progetto originale.

Innanzi tutto oltre al paracadute da pendio, porterò anche il deltaplano, con il quale volerò nell’Alto Atlante e nel deserto, motivo per cui dedicheremo alcuni giorni di viaggio al raggiungere il Sahara nella zona di confine tra Marocco ed Algeria.

Inoltre sarà mia intenzione evitare gli itinerari turistici più comuni, percorrere le strade e le piste meno frequentate e vivere il più possibile a contatto della popolazione locale al fine di provare un’esperienza non soltanto alpinistica, ma anche umana.

Ed eccoci al giorno della partenza, la nostra R4 super accessoriata è praticamente “coperta”di sponsorizzazioni tra cui quella del concessionario di Saluzzo, Marello, impossibile passare inosservati, così tra i saluti degli amici egli sguardi curiosi dei nostri concittadini, partiamo e raggiungiamo il Colle di Tenda.

Viaggiando a tavoletta arriviamo a Gibilterra in due giorni ed immediatamente traghettiamo, siamo impazienti di raggiungere l’Africa.

Paesi e aree geografiche visitati: Italia, Francia, Spagna, Marocco

Sbarcati a Ceuta, ci dirigiamo verso l’Atlantico.

Le strade larghe e perfettamente asfaltate ci consentono ottime medie, anche le formalità doganali non ci hanno rallentati troppo ed ai numerosissimi posti di polizia che attraversiamo, veniamo fermati soltanto perché la nostra automobile suscita notevole curiosità nei gentilissimi tutori dell’ordine.

Raggiunta Casablanca pieghiamo verso Marrakech e da qui attraverso ad un colle ad oltre duemila metri arriviamo a Ouarzazate.

Le differenza di clima, di abitudini e di aspetto dell’ambiente incontrate fin dall’uscita dalle Alpi, sono state sino ad ora importanti, ma da qui in avanti diventeranno addirittura radicali, imponendoci una capacità di adattamento notevole.

È possibile, infatti, trovare alberghi di stile europeo in tutte le località toccate dal turismo di massa, ma appena lasciati gli itinerari più classici, ci si trova a contatto con un mondo totalmente diverso dal nostro, un mondo affascinante e duro per noi europei, abituati a far uso quotidianamente di mezzi meccanici, luce, telefono, computer e frastornati da “comodità” di ogni genere.

Affascinati dalla bellezza dei luoghi e dalla cordialità della gente sostiamo alcuni giorni a Zagora, dove otteniamo i permessi necessari per volare sulle montagne circostanti ( zona militare) e per entrare nel Sahara.

Qui stringiamo amicizia con due studenti di origine berbera che gentilmente ci accompagnano alla scoperta delle piste più suggestive, ci assistono nei voli sulle dune e ci fanno da interpreti negli incontri con i beduini e con fantastici Tuareg.

A volte mentre volo con il mio aquilone su queste distese immense di sabbia o di pietre arroventate, provo un senso di infinito simile a quello che sento di fronte alle grandi pareti delle Alpi; la voglia di andare avanti a vedere quello che mi aspetta dall’altra parte di quelle dune mi fa sognare ad occhi aperti, forse sono i primi sintomi del “Mal d’Africa“.

Per fortuna le turbolenze tipiche dei voli sul deserto mi riportano alla realtà e mi ricordano che il caldo torrido di questa zona non concede distrazioni ed un atterraggio lontano dal punto previsto non permetterebbe a Silvio di ritrovarmi facilmente.

A volte però il viaggio è più difficile del volo, piste di poche decine di chilometri richiedono anche più giorni di viaggio, mettendo a dura prova la resistenza del mezzo e dell’equipaggio.

Al termine di questa parte del viaggio, dopo aver lavorato per rimediare agli insabbiamenti, dopo aver vissuto con poca acqua e la paura di restare a piedi, usando gli stessi fazzoletti di carta tre volte per tre usi diversi ed accettando l’ospitalità degli uomini del posto, ripartiremo consci di aver vissuto un’esperienza magnifica e difficilmente ripetibile.

Ritornati a Marrakech, incontriamo un gruppo di piloti francesi con i quali avevamo preso contatto in Italia.

Per alcuni giorni voliamo in loro compagnia sulle più belle vallate dell’Alto Atlante, sempre seguiti da gruppi di curiosi e quasi soffocati da un numero incredibile di bambini che dopo il nostro atterraggio sembrano spuntare dalla terra.

Ancora qualche giorno per saggiare le condizioni meteo di questa parte del Marocco, una puntata all’ufficio postale di un villaggio in cui arriva il telefono e poi via verso Imlil, ultimo punto raggiungibile in auto, prima di iniziare la salita alla vetta più alta dell’Atlante.

Qui prendiamo contatti con una guida alpina locale, ci informiamo della esatta posizione dei rifugi alpini gestiti dal CAF e noleggiamo un mulo che ci servirà per portare l’attrezzatura cinematografica e da volo fino a 3200 metri.

Il 20 ottobre, il custode del rifugio ci sveglia alle cinque del mattino, beviamo un ottimo tè alla menta e partiamo per superare gli ultimi mille metri di dislivello che ci separano dalla vetta.

La giornata è stupenda e alle 10 siamo già intenti ad individuare il punto migliore per il decollo.

Tutto ok, alle 10,30 aiutati da un gruppo di inglesi giunti in vetta dopo di noi, decolliamo dalla pietraia che dalla cima scende in direzione Nord Ovest verso la valle sottostante.

Un forte vento frontale annulla in parte l’effetto della rarefazione dell’aria ed il decollo è relativamente facile.

Il volo è veramente fantastico, è possibile spaziare con lo sguardo sui due versanti della montagna; da un lato si vedono i lontanissimi contrafforti che delimitano il Sahara ad occidente, dall’altra si aprono le vallate che terminano sugli altopiani dai quali arrivano i venti dell’Atlantico, che in linea d’aria è lontano poco più di 100 chilometri.

Una volta atterrato tra lo stupore degli alpinisti e della gente del luogo, scruto il cielo con impazienza e un poco di apprensione, finalmente vedo Silvio che si avvicina all’atterraggio con ampi giri, un attimo dopo eccolo a terra, un grido di gioia e poi un lungo abbraccio.

Ci scambiamo le prime impressioni sul volo e sull’orografia del posto e mentre aspettiamo la discesa della nostra guida, prepariamo una piccola festa; poi durante il ripiegamento delle nostre ali, tra un movimento e l’altro, già iniziamo a progettare nuove imprese, già parliamo di altre montagne da salire e da volare.

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Ogni volta che lasciamo un villaggio per raggiungerne un altro, sentiamo veramente un po’ di malinconia; questa volta però è davvero con tristezza che riprendiamo la strada per Marrakech, sia perché questo paesino in mezzo alle montagne ci ricorda i nostri luoghi, sia perché il viaggio sta ormai per terminare.

L’ospitalità e la disponibilità dei nostri “amici” marocchini ci invogliano a restare, ma purtroppo gli impegni di lavoro ci attendono.

Un piccolo scambio di doni con chi ci ha aiutato, moschettoni, materiale alpinistico in cambio di noci di oggetti di artigianato locale, la promessa di rincontrarci, l’immancabile tè alla menta, una stretta di mano e poi via, di corsa verso l’Europa.

Durante il viaggio di ritorno ci fermiamo ancora alcune volte per volare con il deltaplano e per visitare alcune città turisticamente note.

Poco prima di varcare la dogana marocchina rischiamo di rovinarci i ricordi di questa splendida vacanza.

Infatti, veniamo sorpresi dalle autorità locali mentre filmiamo una zona in cui le riprese sono vietate.

Riusciamo a dimostrare di non essere al corrente del divieto e così il giorno dopo possiamo ripartire con tre ore di filmato in meno e con un po’ di paura in più (a casa poi questo episodio darà una nota di avventura in più ai nostri racconti).

Con il morale a terra saliamo sul traghetto che ci riporterà in Spagna; qui un una mia strepitosa vincita con le slot machine, ci scaccia il malumore, organizziamo una rapidissima “bevuta” con i turisti ed i marinai e finalmente rieccoci in Europa.

Rapidamente attraversiamo la splendida Andalusia, visitiamo Valencia e poi raggiungiamo Barcellona.

Percorriamo gli ultimi mille chilometri sotto un nubifragio incredibile, motivo per cui decidiamo di annullare la sosta prevista in Camargue. Alternandoci alla guida raggiungiamo il Colle di Tenda in una sola notte e alle due siamo a casa, stanchi, sporchi ed ansiosi di raccontare le nostre avventure.

Lascio Silvio con una stretta di mano e con un arrivederci a… ma questa è un’altra storia.

Come promesso ai miei lettori ho iniziato il racconto di questa avventura riportando un articolo di giornale dell'epoca. Nei racconti successivi parlerò della mitica R4 utilizzata nel viaggio e del concorso che mi ha permesso di realizzare questo sogno! Alla prossima!

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